Francesco Cavalli

Integrazione dell’ASP nella SUPSI


17 marzo 2009

Sono triste. Oggi, con ogni probabilità, questo Parlamento decreterà la fine di uno dei più importanti istituti scolastici del nostro Cantone, la Scuola Magistrale Cantonale che fu istituita nel 1873 con sede dapprima a Pollegio e dal 1878 a Locarno, in Piazza S. Francesco.
Siamo alla conclusione di una lunga storia, perché l’integrazione dell’ASP nella SUPSI – con tutto il rispetto per questa struttura universitaria che si è conquistata in questi anni un indubbio prestigio - costituisce a mio avviso una perdita irrimediabile per la scuola pubblica nel senso che la formazione delle maestre e dei maestri non sarà più un compito primario dello Stato.
Della scuola magistrale è facile parlar male, ma ricordo che quasi tutti noi abbiamo imparato a “leggere, scrivere e far di conto”, ma anche tante altre cose da una maestra o da un maestro (mi si permetta di usare questo sostantivo non più di moda) formati in questa scuola. E non mi sembra che ne siamo usciti male.
La Scuola Magistrale è stata anche un centro di cultura, vi hanno insegnato uomini di grande prestigio culturale come Piero Bianconi, Giovanni Bonalumi, Virgilio Gilardoni, Guido Pedroli, e molti altri.
La Scuola Magistrale, quella che forma le maestre e i maestri delle scuole comunali, è sempre stata oggetto di particolare attenzione da parte del mondo politico e dell’opinione pubblica e non di rado al centro di accese controversie.
Basti ricordare la sollevazione studentesca del 68 che ha lasciato un segno indelebile nella società e nella scuola ticinese. Infatti è proprio da quel momento che è iniziato un periodo di ripensamento di tutto il sistema scolastico che ha fatto progredire la democratizzazione degli studi e avviato parecchie riforme, tra cui, la più importante, l’istituzione della Scuola Media. Ma probabilmente per qualcuno il 68 è un fantasma che dà ancora fastidio, quindi da rimuovere.

Anche la Magistrale si è evoluta diventando dapprima post liceale nel 1986 e in seguito di livello accademico, nel 2002, con l’istituzione dell’ASP. Ha pure assunto nuovi compiti quali l’aggiornamento e la formazione pedagogica dei docenti del settore secondario.
Proprio in relazione ai questi nuovi compiti l’ASP ha recentemente incontrato alcune difficoltà, mentre non è in discussione il curricolo tradizionale di formazioni dei maestri di SI e SE che ha pure ottenuto il riconoscimento federale.
I problemi dell’ASP riguardano l’insufficiente livello della ricerca, il mancato riconoscimento dei corsi di abilitazione all’insegnamento secondario – che però ora è stato accordato - e non da ultimo un conflitto di tra la divisione della scuola e quella degli studi universitari, ciò che ha generato parecchie insicurezze nella gestione dell’istituto.
Per la ricerca stiamo pagando l’errore originale del 2001 quando non si volle accorpare l’Ufficio studi e ricerche alla nascente ASP. Per l’abilitazione il problema è più complesso e condizionato dalle imposizioni della CDPE che rendono il curricolo di formazione sempre più gravoso e la professione meno attrattiva. Aggiungo che la verifica sulla formazione “en emploi” che doveva giungere nel 2008 arriverà forse quest’anno dopo quindi la decisione odierna, quindi ormai inutile.
Invece di operare per un rafforzamento dell’ASP, affidandole l’ufficio studi e ricerche per gli aspetti pedagogici, invece di incrementare le sinergie con la SUPSI, l’USI e altri istituti universitari si propone ora l’integrazione pura e semplice nella SUPSI, cosicché a partire dal prossimo settembre l’ASP cambierà drasticamente statuto e sarà appaltata alla SUPSI tramite un contratto di prestazione. Si tratta, così ci è stato detto, di una “revisione dei compiti dello Stato”, ma sarebbe meglio ammettere francamente che siamo di fronte a una prima, pericolosa breccia praticata all’istituto della scuola pubblica. Lo stato non avrà più come compito diretto quello di formare i maestri, ciò che a mio avviso è in contrasto con il principio del primato della scuola pubblica.

È stato detto che in altri cantoni la formazione magistrale è affidata alle SUP, ma devo ricordare che in quei cantoni esse sono statali.
È pur vero che, tramite il contratto di prestazione, rimane un certo controllo statale ed è anche vero che la commissione scolastica ha voluto inserire nel decreto legislativo alcune clausole che fungono da ammortizzatori per assicurare in particolare una continuazione dell’attuale collaborazione con le scuole del territorio, ma ciò non fa che dimostrare le debolezze e le carenze del messaggio e le incertezze di tutta l’operazione.
E non ci si illuda che, cambiando il cappello, l’insegna, i problemi si risolvano d’incanto. L’eccellenza di cui tanto si parla non sarà corollario automatico dell’integrazione nella SUPSI.
E per di più rimangono interrogativi non da poco e mi limito a citarne due.
L’aggiornamento per il quale non sono state ben chiariti i ruoli del DECS (che rappresenta pur sempre il datore di lavoro) e la SUPSI e nemmeno il finanziamento.
Altra questione aperta è quella dei docenti che dovranno, loro malgrado, subire un peggioramento contrattuale, passando da Lord e LS al contratto SUPSI, di diritto privato, molto contestato dai sindacati. E se per i nominati qualche garanzia è stata prevista, per gli incaricati ci sarà poco da scegliere.

E allora, in conclusione resto convinto che si potevano trovare soluzioni migliori e meno drastiche per cui, assieme ad alcuni colleghi del gruppo PS, non appoggerò questa riforma che decreta la fine della Scuola Magistrale Cantonale. La scuola pubblica perde un pezzo. Quale sarà il prossimo?

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