Francesco Cavalli

Adeguata rappresentanza femminile


11 maggio 2009, come relatore di maggioranza

Non è un caso che la commissione costituzione e diritti politici abbia affidato a un esponente maschile l’incarico di relatore per questa trattanda. No, si è trattato di una scelta precisa e me ne sento onorato.
Prima di entrare nel merito, devo fare una premessa magari un po’polemica. Stiamo dibattendo di commissioni, gruppi di lavoro e consimili designate dal Consiglio di Stato all’inizio di ogni legislatura. Ebbene, lavorando su questa mozione ho dovuto constatare che le informazioni circa la composizione di questi organismi non sono facilmente reperibili, anzi sembrano più blindate del segreto bancario. Sul sito internet dello Stato ne sono indicate 30 su un totale di circa 110. Sarebbe questa la trasparenza? Tra quelle non elencate, per non far torto a nessuno. ne cito una per dipartimento: la commissione integrazione stranieri, la commissione per la gioventù, la commissione borse di studio, la commissione beni culturali, e la commissione cassa pensioni.
Gli ultimi dati risalivano al 2005 elaborati dalla Commissione consultiva per la condizione femminile e dall’ufficio per le pari opportunità. Stavolta la raccolta dei dati è stata più ardua, mancando la piena collaborazione della cancelleria dalla quale attendo ancora adesso le informazioni complete promesse. Così la responsabile dell’ufficio per le pari opportunità ha dovuto far capo ai singoli dipartimenti senza la garanzia di un quadro completo. La tanto decantata trasparenza, egregi consiglieri di stato e cancelliere non la si applica così e spero che la lacuna sia al più presto colmata con la presentazione dell’elenco completo.
Bisogna dire che la carenza di dati presenti su internet non è in relazione alla presenza femminile, essendo il campione abbastanza rappresentativo con una quota di donne che risulta essere più o meno sempre la stessa e cioè molto bassa.
La questione della rappresentanza femminile nelle commissioni è sul tavolo da oltre 15 anni e oggetto di ripetute richieste da più parti. Ad esse si è sempre risposto con dichiarazioni di buone intenzioni, esortazioni ed in particolare con norme generiche sui regolamenti tipo “adeguata rappresentanza femminile” oppure “rappresentanza equilibrata dei due sessi” che non impegnano concretamente nessuno. Infatti l’incremento della presenza femminile nelle commissioni si misura in non più di due punti percentuali per quadriennio, ciò che non è però dovuto solo a un maggior numero di donne prese in considerazione, ma anche alla scomparsa di alcune commissioni a forte rappresentanza maschile.
Riprendo alcuni dati del rapporto: sono ancora 49 su 110 le commissioni nelle quali le donne sono assenti e ben 90 quelle in cui non viene raggiunta la quota del 30%, al DFE abbiamo 11 donne e 165 uomini (poco più del 6%) al DT non va molto meglio (8%).
Ci sono poi situazioni che sono emblematiche e anche qui alcuni esempi possono essere illuminanti:
Commissione sussidiamento colonie di vacanza (0 su 7): un’assenza inspiegabile, le colonie sono un aspetto della politica familiare e dunque la presenza femminile dovrebbe essere irrinunciabile, anche se si discute di sussidiamento.
Commissione cantonale fiumi ticinesi sicuri (0 su 9); eppure anche le donne frequentano le rive dei fiumi e sono soprattutto le mamme a condurvi i bambini!
Commissione consultiva per la formazione dei docenti ASP (1 su 27). Se sarà rinnovata, come auspicato, sarebbe ora di tener conto della composizione del corpo docenti, non solo dei quadri.
Commissione beni culturali (1 su 8) La cultura è forse prerogativa maschile?
Gli esempi potrebbero essere ancora molti, ma non voglio tediarvi. Aggiungo solo che anche in ambiti ritenuti feudo maschile come la caccia, la pesca, la polizia del fuoco e la perequazione intercomunale, una sensibilità diversa non guasterebbe certo.
Si sente spesso obiettare che, al momento di istituire una commissione consultiva, non si trovano le donne da inserirvi. La Federazione ticinese delle società femminili fa notare che è a disposizione ma non viene utilizzata una banca dati nella quale sono elencate donne di tutti settori che si sono dichiarate disponibili a svolgere un’attività pubblica. Alla commissione per la caccia sarebbe forse interessata la collega Gysin o magari l’ex deputata Eva Feistmann, ma nessuno le cerca!
Ciò dimostra purtroppo il fallimento del metodo delle buone intenzioni e la necessità di introdurre delle quote per riuscire a cambiare qualcosa. Può sembrare una forzatura e forse lo è ma anche la Confederazione l’ha adottata e funziona, anche se in qualche dipartimento non risulta pienamente rispettata.
Fino a quando non saranno scomparsi certi stereotipi nei riguardi delle donne e anche un po’ di pigrizia mentale, la soluzione proposta con la mozione è l’unica praticabile.

Nel rapporto di minoranza del collega Mellini, accanto a slogan di dubbio gusto, si insiste particolarmente sull’efficienza delle commissioni meglio garantita dalla meritocrazia che dalle quote. Ma allora non si capisce come mai il criterio meritocratico porti a risultati come il 15% di donne nelle commissioni e quasi la metà delle stesse esclusivamente maschili. Dietro la meritocrazia c’è qualcuno che decide, e se il risultato è questo si prospettano tempi molto grami per le donne qualora la meritocrazia dovesse essere applicata agli stipendi.

Vi invito quindi a ad approvare il rapporto di maggioranza che appoggia la mozione.

Risultato del voto per appello nominale:
45 SI
36 NO
6 astenuti

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