Francesco Cavalli

Iniziativa per il voto agli stranieri in materia comunale


25 gennaio 2010

Il principio di suffragio universale è correlato alle idee di volontà generale e di rappresentanza politica promosse da Jean Jacques Rousseu e altri illuministi.
Da noi questo principio appare la prima volta con la Costituzione federale del 1848, sia pure limitato ai cittadini maschi che avevano compiuto 20 anni. Come ben sappiamo, questo quadro rimase invariato per oltre un secolo, così che nel secondo dopoguerra la Svizzera risultava essere uno dei pochi paesi al mondo che escludevano le donne dai diritti politici. Il resto è storia recente.
L’estensione dei diritti politici a nuove fasce della popolazione rappresenta a nostro avviso una crescita della democrazia. Nel nostro cantone circa il 25% dei maggiorenni non può partecipare alla vita politica in quanto straniero.
Eppure molti di essi contribuiscono da anni con il loro lavoro, con i contributi, con i consumi, con la cultura e le loro esperienze alla vita della comunità. Ebbene non si vede perché non possano partecipare in modo più attivo anche nelle istituzioni

Come è ampiamente illustrato nell’iniziativa e nei due rapporti la possibilità del voto ai residenti di altra nazionalità è attuata in 8 cantoni con varie modalità, nonché in parecchie nazioni Europee.
Pioniere riconosciuto in questo campo è Neuchâtel, che introdusse questo diritto nel lontano 1850. Nel secondo dopoguerra, con l’inizio delle immigrazioni nei centri dell’industria orologiera, la facoltà di partecipare alla vita politica contribuì non poco a migliorare le relazioni tra svizzeri e immigrati. Attualmente Neuchâtel prevede il diritto di voto anche sul piano cantonale e di eleggibilità in ambito comunale.
Un’iniziativa popolare per il diritto di voto e di eleggibilità anche sul piano cantonale è riuscita nel Canton Vaud e prossimamente il popolo si esprimerà.
Tecnicamente le possibilità che ci si presentano per estendere i diritti politici ai residenti di nazionalità estera sono parecchie, a seconda della risposta che si da alle tre domande
- solo comunale o anche cantonale?
- solo voto o anche eleggibilità?
- tutti i comuni oppure ognuno è libero di scegliere?
Si è scelto innanzi tutto di limitarsi al livello comunale, più vicino al vissuto dei cittadini, come del resto si è fatto nella maggioranza dei cantoni che già hanno introdotto una forma di voto agli stranieri.
Ma una partecipazione alla politica comunale avrebbe poco senso se il voto non fosse accompagnato dal diritto di eleggibilità. Se una persona ha chiare capacità per contribuire al bene pubblico, sarebbe riduttivo consentirgli di eleggere senza poter essere eletto. Non dimentichiamo poi che spesso non si trovano persone disponibili ad assumere cariche pubbliche, non solo municipi e consigli comunali, ma anche commissioni e organi consortili. Non ha neppure senso il paragone con quanto si era proposto per il voto ai sedicenni. In quel caso la non eleggibilità sarebbe durata due anni, quindi transitoria e non perenne.
Si obietta spesso che ci sarebbe una contraddizione in quanto l’eletto straniero potrebbe o dovrebbe votare sulle naturalizzazioni. Su questo punto noi siamo coerenti: sulle naturalizzazioni non si deve votare ma si deve applicare una legge.
Non è quindi un atto politico ma amministrativo come proposto in una nostra iniziativa. Il problema si risolverebbe facilmente affidando la concessione dell’attinenza comunale a una specifica commissione indipendente e competente.

La terza questione sta nel decidere se i diritti politici agli stranieri residenti sono da riconoscere in tutti i Comuni, oppure se ogni comune decide in modo autonomo, come ad esempio accade nel vicino Grigioni. È una possibilità che è stata più volte avanzata in commissione ma che non è sfociata in una proposta formale.

Riteniamo che la soluzione proposta con il rapporto di minoranza sia più semplice e chiara. Lasciare la libertà ai singoli comuni costituisce, a mio avviso, una discriminazione tra i cittadini in base alla residenza che si giustifica poco. Inoltre un cittadino potrebbe perdere un diritto che ha esercitato in caso di trasferimento in un altro comune. Addirittura, con un’aggregazione, si potrebbe perdere il diritto di voto se il nuovo comune adottasse una politica diversa da quella di uno dei vecchi comuni aggregati.

Contrariamente a quanto sostiene il rapporto di maggioranza, noi riteniamo che la naturalizzazione e il diritto di voto non siano interdipendenti e che la prima non debba essere condizione necessaria per il secondo.
Nel nostro cantone, il particolare nelle città, ci sono persone restano da noi per venti, trenta o più anni esplicando un’attività lavorativa spesso preziosa. Non ambiscono necessariamente alla cittadinanza per motivi che vanno rispettati, ad esempio l’intenzione di rientrare una volta chiusa la vita lavorativa. Sono persone che potrebbero dare un contributo interessante e colmerebbero il divario spesso troppo grande tra residenti e votanti. A Lugano ad esempio gli aventi diritto sono appena maggioritari. È questo il suffragio universale?
Sappiamo che le condizioni per ottenere la cittadinanza sono vieppiù complesse che proprio molti tra gli oppositori a questa iniziativa vorrebbero ancora inasprirle.
A Lugano la Lega vorrebbe persino imporre il numero chiuso!
Il concetto che viene citato in questi frangenti è quello di integrazione. Un concetto su cui ognuno ha le proprie idee, spesso molto lontane tra loro. A mio avviso quando uno straniero arriva da noi, inizia un processo integrazione che può essere veloce o lento a seconda della persona e della sua cultura. La naturalizzazione, come pure il diritto di voto sono da considerare un passo, non l’ultimo in questo processo. Poter partecipare attivamente alla politica comunale può indubbiamente contribuire a far sì che il residente si senta incluso nella comunità e non escluso.

Mi permetto di citare qualche passaggio di quanto di ha detto il presidente della commissione cantonale per l’integrazione degli stranieri Fulvio Pezzati (che non è un socialista) in occasione della sua audizione in commissione:
“In materia di integrazione il lavoro da fare è molto più ampio e profondo, prescindendo a volte dal riconoscimento formale dei diritti. Comunque che il riconoscimento dei diritti di voto è di aiuto e di per sé non causa problemi. Se il principio è quello del suffragio universale, che è uno dei principi cardini della democrazia occidentale, la domanda che occorre porsi è perché una persona non può votare. Occorre trovare la giustificazione perché a qualcuno, che vive su un determinato territorio, non è concesso di partecipare alla sua gestione e non il contrario come si fa di solito. Di per sé il principio dovrebbe essere il diritto di voto, mentre la sua limitazione l’eccezione.”

Ho l’impressione che qualcuno abbia paura che il voto agli stranieri comporti chissà quali sconquassi. Una paura del tutto ingiustificata che nasconde altri sentimenti.

In conclusione porto l’adesione del gruppo socialista al rapporto di minoranza, e ringraziando i relatori Milena Garobbio e Jacques Ducry invito a sostenere questo importante progresso verso il suffragio universale.

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