Francesco Cavalli

Iniziativa Ghisolfi “Voto per corrispondenza generalizzato”


23 febbraio 2010, come relatore di maggioranza

A distanza di poco più di due anni abbiamo rifatto il dibattito sull’ estensione del voto per corrispondenza, anche alle elezioni cantonali e comunali, possibilità ora concessa soltanto per le votazioni.
Il mio invito non può essere che quello di confermare la decisione del giugno 2007.
Secondo l’iniziativa l’introduzione del voto per corrispondenza generalizzato sembrerebbe quasi una necessità per agevolare al massimo l’espressione del voto, in particolare da parte di chi si è ormai abituato a questa modalità prevista per le altre votazioni.
Da quando si può votare per corrispondenza la partecipazione media è aumentata di qualche punto - ci mancherebbe altro – meno di quanto si attendevano i suoi sostenitore ed è rimasta ben al di sotto del 60% che si riscontra alle elezioni cantonali, per non parlare delle comunali dove si registrano punte ancora più alte.
Ad aumentare è stata solo la quota di votanti per corrispondenza.
La partecipazione più o meno alta dipende in primo luogo dall’importanza e dal richiamo dell’oggetto e solo in minima misura dalle facilitazioni offerte all’elettore.
Chi temeva che dopo l’introduzione del voto per corrispondenza alle votazioni, la partecipazione alle elezioni con l’obbligo di recarsi al seggio subisse una nuova flessione è stato smentito: nelle ultime elezioni cantonali si è verificata un’inversione di tendenza con un aumento dal 59.4% del 2003 al 62.1% quindi di 2.7 punti, ciò che non trova riscontro negli ultimi decenni.
E non si sono nemmeno avute le code chilometriche paventate a causa dell’accresciuto numero di preferenze esprimibili. Da quanto mi risulta le attese ai seggi sono state del tutto nella norma, anche perché gli elettori hanno fatto un uso limitato delle preferenze ( in media 2.5 per il CdS e 15 per il GC).

Secondo noi non c’è alcun motivo per eliminare anche l’ultima occasione in cui l’elettore si reca al seggio. Un atto di cittadinanza da compiere tre volte ogni quattro anni.
L’ordinamento attuale non limita in alcun modo i diritti politici, in quanto la legge già consente il voto per corrispondenza anche per le elezioni a chi è impedito a recarsi nel locale di voto, in quanto degente, carcerato, residente in altri cantoni o all’estero. L’articolo 43 della Costituzione secondo cui “l'esercizio di voto deve essere agevolato" non intende altro che questo.
Non dimentichiamo che i seggi sono aperti su tre, anche 4 giorni per oltre 10 ore e che c’è pure la possibilità di voto anticipato. Tutti, ma proprio tutti, possono dunque se lo vogliono, esercitare il loro diritto.
Un’altra argomentazione portata dai fautori del voto per corrispondenza è che esso è ormai in vigore in quasi tutti i cantoni. Però non possiamo mettere a confronto il calore con in quale sono vissute le elezioni cantonali e comunali da noi e da loro. Basti osservare i dati delle lezioni svoltesi nel 2009: 46% a Ginevra, 44% a Zurigo, 33% a Lucerna, 31% in Argovia, 40% a Neuchâtel, 37% a Soletta. Solo nel Vallese si è superata di poco la soglia del 50%.
All’estero però si continua ad andare al seggio, spesso con code e attese, ma la partecipazione è di tutto riguardo: Francia 2007: 85%; Italia 2008: 77%; Germania 2009: 70.8%; Svezia 2006: 80.3%. Media UE 72%.
In Estonia per contro, nonostante la possibilità di votare tramite internet (di cui hanno fatto uso 30.000 elettori su 940.000), l’affluenza è stata solo del 61 per cento.
La modifica proposta è quindi del tutto inutile ai fini della garanzia dei diritti popolari, ma è anche pericolosa in quanto mette a repentaglio, lo si ammetta o meno, la segretezza assoluta del voto sancita dall’articolo 31 della Costituzione.
Per evitare che il voto possa essere controllabile la legge prevede lo spoglio cantonale e la non distribuzione del materiale di voto a domicilio. Quest’ultima norma è stata ribadita in votazione popolare il 22 gennaio 1995 quando le cittadine e i cittadini ticinesi respinsero in votazione popolare con il 57% di NO una riforma della legislazione sui diritti politici che prevedeva l’invio delle schede elettorali a casa.
I fautori del voto per corrispondenza dicono che tanto non mancano metodi con espedienti più o meno ingegnosi per controllare il voto, e viene citato come esempio la fotografia della scheda con il telefono cellulare. Ma ciò significa ammettere che il problema esiste ancora e non è affatto consegnato ai libri di storia. E allora mi chiedo perché si vuole ampliare la possibilità di condizionare e controllare il voto di qualche elettore. Come affermava il relatore Adobati nella tornata precedente: “Se anche tutto ciò condizionasse una sola persona dell’intero corpo elettorale, la democrazia ne uscirebbe ferita e debilitata”.
Il caso Lumengo, ampiamente richiamato oggi in diversi interventi, dimostra che l’abuso delle schede per corrispondenza è un problema tutt’altro che trascurabile.
Con il voto per corrispondenza il materiale di voto verrebbe distribuito con largo anticipo a domicilio e, per qualche malintenzionato, la tentazione di farne un uso non conforme ai principi di segretezza del voto sarebbe evidente.
Come fa notare il Consiglio di Stato nel suo messaggio sarebbe difficile, per non dire impossibile garantire la presenza dell’intero ufficio elettorale al momento della registrazione del voto, cosa che avviene con l’ordinamento attuale. Inoltre le schede votate resterebbero in giacenza per parecchio tempo soggette quindi anche all’azione di qualche testa calda che, anche senza fini politici potrebbe perpetrare uno scherzo di cattivo gusto.
Nelle ultime elezioni cantonali il 38% di elettrici o elettori non ha fatto uso del proprio diritto di voto; ciò equivale 78'000 schede non utilizzate. Se queste schede sono a disposizione c’è la possibilità tutt’altro che remota che esse vengano cedute all’attivista (o galoppino che dir si voglia) di turno e usate in modo improprio.
In fondo tra i diritti del cittadino elettore c’è anche quello di non votare che in questo modo viene un po’ messo in dubbio. E se un altro elettore vota 2 o 10 o 50 volte certo che la partecipazione aumenta ma che prezzo per la democrazia.

Ma più che alle elezioni cantonali pensiamo a quelle comunali, dove lo spostamento di qualche decina di schede può modificare gli equilibri politici nei Consigli Comunali o nei Municipi. In un comune con un migliaio di iscritti in catalogo restano teoricamente a disposizione dalle 300 alle 400 schede che dovrebbero finire nel cestino.
Si amplia quindi enormemente lo spazio per manovre che poco hanno a che fare con il gioco politico democratico come spostare qualche decina di voti dal partito A al partito B per fregare il partito C. La storia minuta delle elezioni, quando il materiale era distribuito a domicilio, è ricca di episodi emblematici e anche curiosi.
Ricordo un’elezione comunale seguita ad un quadriennio in cui avevamo lavorato bene e in armonia, anche con buoni risultati. Eppure con l’approssimarsi della scadenza elettorale l’armonia si dileguò, e in un clima di sospetto, riapparve il galoppinaggio, probabilmente con lo scopo di farmi fuori (metaforicamente) non come persona, ma in quanto socialista. Poi il municipio fu riconfermato in corpore e ricominciammo ad operare con buona intesa come se nulla fosse successo. Con il voto per corrispondenza l’esito poteva essere diverso.
Anche la campagna elettorale, che prosegue fino all’ultimo giorno, risulterebbe un po’ snaturata. Mentre ci si affanna negli ultimi comizi e dibattiti, una parte di elettori ha già votato! E non è da escludere che negli ultimi giorni possano emergere fatti nuovi riguardanti partiti o singoli candidati. In tal caso chi ha già votato non potrebbe più modificare la sua scheda, ma solo mordersi le unghie.
Mi si dirà che si potrebbe fare lo stesso ragionamento per le altre votazioni, ma non è così. Le differenze tra votazioni ed elezioni sono enormi.
Nella votazione si esprime un SI o un NO, nell’elezione si sceglie (o non si sceglie) un partito e poi, in particolare, si devono eleggere persone, che sovente si conoscono personalmente. La posta in gioco è ben altra.
Le pressioni, più o meno discrete, sono praticamente inesistenti nelle votazioni su referendum e iniziative, mentre nelle elezioni siamo sommersi da lettere, biglietti, santini, sms, messaggini, saluti e sorrisi da parte di gente che fino a quel momento ci ignorava quasi del tutto.

L’iniziativa è stata sottoscritta da deputati giovani e questo è certamente un suo pregio. Tra le motivazioni a sostegno ce n’è una che non c’era nell’iniziativa Jelmini. Cito:
Si ritiene che questa misura possa contribuire a interessare e ad avvicinare in particolare le giovani generazioni, sempre più abituate a sistemi di lavoro "virtuali" che permettono di eseguire dei compiti senza doversi spostare "fisicamente".
Ebbene questo invito alla pigrizia va respinto. Le istituzioni non devono essere solo un sito, una bucalettere reale o virtuale, ma devono restare ben reali con un luogo fisico che tutti, anche i giovani, dovrebbero imparare a frequentare. Di questo passo andiamo verso il governi elettronico, le sedute dei consessi politici in teleconferenza, con tanti saluti alle relazioni umane.
In conclusione la maggioranza della commissione è convinta che l’espressione del voto presso l’ufficio elettorale almeno per le elezioni vada mantenuta, in quanto al momento sono ancora troppi i rischi connessi in un cambiamento. Le cittadine e i cittadini, anche se abituati al voto per corrispondenza per iniziative e referendum, se sentono l’importanza di una elezione si recano di buon grado al seggio per deporre la propria scheda nell’urna e continueranno a farlo.

Invito quindi a respingere l’iniziativa e riconfermare la decisione del giugno 2007.

Risultato del voto per appello nominale:
42 SI (al rapporto di maggioranza contrario all'iniziativa)
38 NO
3 astenuti

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