Francesco Cavalli

Resoconto contratti di prestazione USI e SUPSI


20 aprile 2010

Porto l’adesione del gruppo PS alle considerazioni e alle conclusioni del rapporto della commissione scolastica che invita ad approvare il resoconto dei Contratti di prestazione tra il Cantone Ticino l’USI e la SUPSI per l’anno 2008.
Al di là del compiacimento per il buon lavoro svolto, è questa l’occasione per evidenziare anche qualche aspetto meno soddisfacente o problematico, altrimenti questo dibattito sarebbe del tutto superfluo.

Sabato scorso ho partecipato all’assemblea annuale del sindacato VPOD. Si è parlato naturalmente anche di scuola con particolare riferimento alla nostra iniziativa sulle scuole comunali. Ma non solo. Nella risoluzione approvata si rivendica pure un settore universitario aperto e trasparente che punti sull’eccellenza dell’insegnamento e della ricerca, ma anche sulla cogestione democratica dei docenti e del corpo intermedio e su buone condizioni di lavoro: questi ultimi punti sono alquanto carenti all’USI e alla SUPSI, per cui il sindacato ribadisce la rivendicazione di un contratto collettivo di lavoro per USI e SUPSI, denunciando l’esistenza di precarietà e l’assenza di trasparenza salariale. E non ci si venga a dire che il contratto collettivo è incompatibile con un insegnamento di alto livello: lo dimostra la buona esperienza in corso presso le SUP della Svizzera nord-occidentale.

Il rapporto inizia con una domanda: “una coperta sempre più corta?”
Nel messaggio si sottolinea giustamente l’importanza del sostegno statale alla formazione superiore come investimento a favore della crescita culturale ed economica del paese. Vero e pienamente condivisibile, ma bisogna aggiungere che la formazione non inizia a 18 o 20 anni: vanno sostenute in ugual misura la scuola di base e la formazione professionale. La ristrettezza dei mezzi finanziari arrischia di portare a un conflitto tra i settori proprio come una coperta troppo corta dove ognuno tira dalla propria parte. Un concetto del resto fatto proprio dal Consiglio di Stato che nella sua presa di posizione sull’iniziativa popolare “Aiutiamo le scuole comunali” afferma che essa comporterebbe oneri finanziari tali da compromettere altri ordini di scuola.
Il settore universitario è in crescita, ma parallelamente deve crescere anche la scuola di base perché è qui che si pongono le fondamenta della voglia di studiare, e del desiderio di crescita culturale. La scuola deve concedere a tutti pari opportunità di proseguire negli studi e questo, non è ancora un obiettivo pienamente raggiunto. Soprattutto nelle classi meno favorite si registrano abbandoni precoci degli studi causati da un insufficiente sostegno. Come documentato dal recente rapporto sul sistema educativo svizzero, nei licei gli allievi di famiglie socio-economicamente privilegiate sono sovra rappresentati. E spesso terminano gli studi grazie al ricorso massiccio a lezioni private. Mentre tra i giovani e le giovani delle classi meno favorite molti potenziali talenti vanno persi.

In questo ordine di idee si inserisce una delle raccomandazioni che concludono il rapporto: la prima che auspica misure d'incoraggiamento per gli studi nelle scienze esatte.
Nel rendiconto della SUPSI si esprime infatti preoccupazione per il calo delle iscrizioni ai bachelor di ingegneria, ciò che corrisponde a una tendenza rilevata a livello europeo di una certa disaffezione verso le scienze esatte. Il problema non è quindi circoscritto al nostro Cantone e nemmeno alla Svizzera. Anche la mitica Finlandia che domina le prove PISA ne è probabilmente coinvolta.

Qualche dato a livello svizzero:
In 10 anni, dal 1999 al 2008 le immatricolazioni nelle SUP sono più che raddoppiate (da 7’000 a 16'000).
Il numero di nuovi iscritti nelle discipline tecnologiche e informatiche è rimasto pressoché stabile (tra 2200 e 2700), passando però in percentuale dal 31% al 14%.
Peggio ancora in informatica dove a partire dal 2003 si è assistito a un calo anche intermini assoluti da 978 a 580. Dal 10% si è scesi a meno del 4%.
In Ticino, alla SUPSI, l’andamento è analogo.
Nelle Università va un po’ meglio. Il numero di matricole nelle facoltà scientifiche si è attestato attorno al 15% del totale lungo tutto il decennio. Fa eccezione ancora una volta l’informatica con un calo da 600 nel 2000 a 250 nel 2006.

Anche la facoltà di informatica dell’USI, come fa notare il rapporto, soffre per una carenza di iscrizioni. Al momento della sua istituzione nel 2003 le previsioni erano ben altre. Si affermava nel messaggio che “Si assiste ad un aumento importante del numero di studenti di informatica nelle università svizzere e nei politecnici, con difficoltà a mantenere i livelli di inquadramento voluto.” e nel rapporto che “Secondo stime prudenziali, si prevede che la nuova facoltà possa contare su un’affluenza minima di 60 studenti l’anno nei primi anni e quindi di circa 300 studenti nel ciclo completo”. Siamo a quota 111: si deve ammettere che le previsioni sono state clamorosamente smentite.

Ma proprio dal 2003 è iniziato il calo delle iscrizioni a informatica in tutte le scuole di livello universitario, probabilmente perché c’era stato un boom in precedenza. Si credeva che l’informatica fosse l’eldorado con studi relativamente facili e soldi a palate dopo. Le illusioni si sono ridimensionate ben presto.

Più arduo trovare i motivi alla base della disaffezione verso gli studi scientifici in genere.
Sarebbe troppo semplicistico scaricare tutto sulle scuole che precedono. Certo potrebbero fare di meglio, magari con misure di incoraggiamento e meno bocciature. Incoraggiamento e incentivi verso i giovani dei ceti meno favoriti, immigrati compresi, per i quali l’accesso agli studi resta sempre più difficile che per altri. Eppure in questi ceti ci sono sicuramente talenti che con un po’ più di attenzione e impegno non andrebbero persi. Forse la scuola deve imparare qualcosa dallo sport.
Inoltre si può riproporre il discorso sulla coperta troppo corta: la nostra scuola ultimamente ha puntato molto sulle lingue e altri nuovi compiti, trascurando un pochettino gli aspetti scientifici.

Ma ci sono certamente altre cause e ne cito un alcune:
Una risiede nel proliferare di scelte accademiche, alcune delle quali sicuramente meno faticose e impegnative rispetto a quelle scientifiche dove indubbiamente si seleziona di più. Conseguire bachelor e master in scienze della comunicazione (con tutto il rispetto) è certamente molto più agevole rispetto a fisica o ingegneria.
La concorrenza è agguerrita e accattivante.
Una seconda è costituita dal mito del settore terziario che promette di realizzare le aspirazioni di un migliore status sociale e spinge verso le facoltà che richiedono meno sforzi in ambito scientifico. Per contro in paesi ove c’è fame (in senso reale e metaforico) tanti giovani scelgono gli studi scientifici. India e Cuba sono due esempi emblematici.
Una terza è il progresso troppo lento della presenza femminile nelle facoltà e nei dipartimenti di stampo scientifico. In Svizzera restiamo al di sotto della media europea. C’è qualche segnale positivo (matematica e biologia) mi a resta ancora molto da fare per superare questo retaggio culturale, ad esempio in ingegneria.

Non da ultimo da parte della nostra società, si pretende dall’insegnamento delle scienze, sempre più un’immediata utilizzazione nella produzione. Ciò comporta ritmi ossessivi e di conseguenza selezione. Si trascura sempre più l’aspetto culturale; in altri termini la scienza pura è sempre più assediata dalla scienza applicata e questo può andar bene a breve termine, ma a lunga scadenza è pericoloso se non dannoso.

Mi fermo qui ribadendo, al di là di queste osservazioni che vogliono essere costruttive, l’adesione del gruppo PS al rapporto che approva la gestione 2010 e formula all’indirizzo del Consiglio di Stato una serie di raccomandazioni su alcuni aspetti specifici che non vanno assolutamente sottovalutati.

Messaggio del CdS e rapporto


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