Francesco Cavalli

Iniziativa per l'inserimento nella Costituzione cantonale
del principio che l'acqua è un bene pubblico.


21 settembre 2010

Inizio con una citazione
“L'acqua è un bene di tutti e come tale va difeso. Per questo motivo Confederazione, cantoni, comuni e cittadini sono chiamati a lavorare assieme per adottare e mettere in atto una chiara e lungimirante politica dell'acqua che consideri non solo le esigenze presenti, ma che anticipi quelle future.
Forse molti non se ne sono (ancora) resi conto, ma è bene ricordare che l'approvvigionamento idrico è un servizio pubblico di primaria importanza sul quale non è ammesso alcun cedimento indotto da pressioni economiche o politiche o personali.
Attualmente l'approvvigionamento idrico è quasi interamente gestito dagli enti pubblici, comuni e consorzi. In altri paesi c'è già chi ha tolto questa sorta di “monopolio pubblico” per aprire il settore ai privati, dimenticando che in un settore tanto delicato come l'acqua è meglio avere un “monopolio pubblico” che correre il rischio di trovarsi confrontati con un “monopolio privato” in mano a chissà chi.”
(Gabriele Gendotti, laRegione, 12.luglio.2006)

L’iniziativa di Bill Arigoni, cui va anche il mio pensiero di riconoscenza per il suo impegno per le problematiche legate all’acqua, fa seguito ad una petizione, corredata da 891 firme, presentata l'8 novembre 2004 da parte del Consiglio degli allievi della Scuola media 1 di Bellinzona, che chiedeva l'inserimento nella Costituzione cantonale dei seguenti principi:

1) l'acqua è un bene comune pubblico dell'umanità;
2) l'accesso all'acqua è un diritto umano, sociale, individuale e collettivo;
3) il finanziamento del costo necessario per garantire a ogni essere umano l'accesso all'acqua, nella quantità e qualità sufficienti per vivere, e nel rispetto dell'ambiente, e responsabilità dei poteri pubblici.

Nel 2005 la petizione venne archiviata con un rapporto che, pur riconoscendo le motivazioni che ne erano alla base, concludeva che le leggi vigenti bastano e avanzano per difendere e garantire l’accesso pubblico all’acqua. Insomma: complimenti e pacche sulle spalle ai ragazzi, ma per favore lasciate stare la Costituzione!
Sempre a proposito della petizione degli allievi il rapporto di minoranza cerca di sminuirne l’importanza affermando che non è poi farina del loro sacco ma che piuttosto è stata indotta dai docenti. Una tesi campata in aria che denota scarsa conoscenza delle dinamiche di questi momenti interdisciplinari al di fuori dell’orario normale, quando gli allievi, lo so per esperienza, sono più motivati.
L’inizio del rapporto del collega Righinetti è pienamente condivisibile laddove sottolinea a più riprese l’importanza primaria dell’acqua per la vita e per la pacifica convivenza. Però, poche righe dopo, proclama che non è necessario scomodare la Costituzione in quanto le leggi in vigore sono più che sufficienti.

Su questo punto va fatta chiarezza:
Se il principio della proprietà pubblica dell’acqua è condiviso - e mi sembra lo sia - unito al fatto che l’acqua è un bene primario - pure questo unanimemente riconosciuto - allora mi sembra giusto e doveroso sancire il principio nella prima legge del Cantone.

Se per contro si ritiene che citare questo principio nella Costituzione sia superfluo, allora vuol dire che non lo si ritiene un principio assoluto, che si può derogare, che al limite lo si può stravolgere come è accaduto in paesi a noi vicini.
Mi ha dato fastidio sentire dagli oppositori che un articolo costituzionale sia “declamatorio”, affermazione che denota poco rispetto per la nostra legge fondamentale. Per me ogni articolo costituzionale è da prendere con la massima serietà.

Altro argomento caro agli oppositori è che l’emergenza acqua sia un problema di altri paesi, delle aree tropicali e subtropicali dove avanza la desertificazione e quindi la scarsità di acqua. È vero che in quei paesi la situazione è a volte drammatica, ma anche in Europa le prime avvisaglie sono già arrivate.
La scarsità di acqua potabile è ben documentata:
Otto milioni di persone, di cui quasi 2 milioni di bambini muoiono ogni anno a causa della siccità e delle malattie legate alla mancanza di servizi igienico-sanitari e di acqua potabile e, secondo le stime dell'ONU, nel 2030 fino a tre miliardi di persone potrebbero rimanere senz'acqua. Nel mondo si passa da una disponibilità media di 425 litri al giorno per ogni abitante degli Stati Uniti ai 10 di un abitante del Madagascar.

Ma la carenza di acqua potabile è purtroppo legata alla produzione di acqua in bottiglia attorno alla quale si è costruito un giro d'affari enorme gestito dalle multinazionali (francesi, americane, ma anche svizzere) che hanno già da tempo fiutato l'affare e si sono accaparrate non poche risorse di acqua potabile.
E questo non è un problema dei paesi del terzo mondo ma anche nostro.
È stato segnalato, ad esempio, che in Gran Bretagna l'acqua è per l'85% in mani private e lo Stato ne ha perso il controllo. In Francia il governo ha accordato concessioni di distribuzione a grandi gruppi privati. Ma proprio dalla Francia giunge un interessante segnale in controtendenza: nel 2008 la città di Parigi ha ripreso in gestione pubblica i servizi idrici, ponendo fine a 25 anni di gestione privata affidata a due multinazionali del settore.
In Italia il decreto Ronchi approvato nel novembre 2009 prevede una serie di liberalizzazioni nel settore dei servizi pubblici, tra cui l'erogazione dell'acqua. Contro tali modifiche legislative è stato lanciato un referendum abrogativo che ha raccolto quasi un milione e mezzo di adesioni (il triplo del necessario) e sarà quindi il popolo a decidere.
E in Svizzera? Qualcuno dirà che non dobbiamo preoccuparci, dato che abbiamo acqua in abbondanza. La buona disponibilità non vuol dire spreco come ben dimostra quanto fatto nel comune di Gordola (grazie al lavoro del municipale Bruno Storni) che ha ottenuto il premio Watt d'oro 2010, prestigioso riconoscimento attribuito dall'Ufficio federale dell'energia ai migliori progetti realizzati.
Tramite una serie di sistematiche misurazioni e rilevamenti sulla rete, si sono evidenziante perdite pari al 30%. Il risanamento della rete, unito a una politica di uso parsimonioso della risorsa, ha così permesso di evitare un grosso investimento per il potenziamento delle captazioni.
Ma la buona disponibilità della materia prima non significa nemmeno che si possano dare in gestione ai privati sorgenti di acqua potabile per uno sfruttamento a fini di lucro.
È quanto accaduto qualche anno fa nel comune neocastellano di Bevaix, dove la Nestlé ha presentato una domanda per la concessione dello sfruttamento di una sorgente d'acqua potabile importante che le avrebbe garantito annualmente fino a 20'000 m3 d'acqua potabile, imbottigliata e commercializzata. Una popolazione indignata si è battuta contro la degradazione della sua acqua potabile al rango di una semplice merce. La pressione popolare ha forzato Nestlé a ritirare la sua domanda. La sorgente resta proprietà del comune e i diritti democratici dei cittadini sono salvaguardati. Una prima battaglia, per garantire che l'acqua potabile, in quanto risorsa naturale vitale, sia considerata un bene pubblico, è stata vinta!

In conclusione invito tutti a riconoscere l’importanza del principio che l’acqua è un bene pubblico e il miglior modo per riconoscere un principio generale è scriverlo nella Costituzione. Se sarà così, come mi auguro, occorrerà poi preparare l’articolo costituzionale da sottoporre a votazione popolare.

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