Francesco Cavalli

Nuova Legge USI-SUPSI


Diritti del lavoro, 23 novembre 2005

Il Gran Consiglio ha approvato lo scorso 9 novembre la modifica della legge sull’Università della Svizzera Italiana e sulla Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana. Lo ha fatto dopo un dibattito insolitamente breve, se raffrontato con precedenti discussioni parlamentari sul medesimo tema. Ma ciò non significa che ci sia in parlamento e soprattutto nell’opinione pubblica unanimità di vedute attorno alle nostre strutture universitarie. Lo si è potuto verificare lo scorso 11 giugno scorso a Paradiso, in occasione di un convegno intitolato "l'Università oggi: quali prospettive?", promosso dal Sindacato dei servizi pubblici VPOD, dalla Associazione per la scuola pubblica del Cantone e dei Comuni, dal Movimento della scuola e dal periodico Verifiche. Sono intervenuti autorevoli docenti di diversi atenei svizzeri ed esteri e personalità che a vario titolo hanno o hanno avuto a che fare con la nostra giovane università. Hanno pure partecipato attivamente due docenti dell’USI.
Ma per il resto i dirigenti dell’USI, e il ceto politico (con la lodevole eccezione del Consigliere di Stato Gendotti) non hanno recepito il significato dell'incontro. Del tutto assenti i più diretti interessati ossia gli studenti. Peggio ancora ha fatto la nostra TSI che, pur presente, ha limitato il suo servizio all’intervento di Gendotti, originando così un ricorso al mediatore che ha poi chiaramente bacchettato gli autori dell’emissione.
Si è trattato della prima volta in cui, seppur in maniera limitata, l'USI ha fatto buon viso a chi vuole rapportarsi con essa in modo propositivo e critico e non solo ossequiosamente elogiativo. Un incontro simile sarebbe stata buona cosa che fosse organizzato dall'USI stessa. Ma forse è pretendere troppo.
Dalle relazioni è emersa la sensazione che il tanto decantato modello di Bologna è poco condiviso proprio in ambito universitario. Esso tende a "Iicealizzare" il triennio iniziale, produce laureati triennali di poca qualità, danneggia la ricerca di base, messa in difficoltà dalle pretese di risultati immediati da parte del mondo economico, umilia la dimensione umanistica degli studi universitari. Critiche che valgono in generale e dalle quali anche la nostra Università non è certamente esente.
La giornata dell'11 giugno non aveva certo lo scopo di “sparare addosso" all'università, cosa del resto ammessa dai due docenti intervenuti, ma semmai di allargare il dibattito al paese, alla comunità locale che vuole considerare l'USI come cosa anche sua. Tocca ora all'USI mostrare maggiore apertura ed essere magari un po' meno autopromozionale. Il nostro sistema universitario non può esimersi da un confronto aperto e approfondito anche nei riguardi di chi avanza critiche costruttive. Il dibattito sul modello Bologna è ormai aperto un po’ ovunque e sarebbe inopportuno starsene fuori.

Per tornare alla modifica legislativa approvata, essa non risolve certamente questi problemi, ma era certamente necessaria per adeguarsi ai cambiamenti avvenuti negli ultimi anni e colmare talune lacune più volte evidenziate in occasione di precedenti dibattiti come quello sulla facoltà di informatica e sul finanziamento di USI e SUPSI.
In particolare è stato riformulato l’art. 3 in modo da sottolineare meglio, i ruoli del Parlamento e del Governo, che non devono ridursi a semplice ratifica di quanto deciso dai vertici universitari.
Una precisazione importanti in vista di prossime scadenze come l’integrazione nell’USI o nella SUPSI di nuove Facoltà o Dipartimenti, (musica, teatro, formazione sanitaria, senza dimenticare l’ASP e altri istituti per la formazione pedagogica) e gli annuali esami dei rapporti di attività delle due strutture universitarie.

L’unica novità significativa di questa legge è il titolo II che introduce un elemento nuovo, la ricerca svolta al di fuori dell’USI e della SUPSI, che per sua stessa definizione, risulta estraneo all’università stessa. Sull’opportunità o meno di questa aggiunta si è molto dibattuto in commissione e le perplessità non sono dl tutto fugate. Basti pensare che in nessuna legge cantonale sulle Università c’è un solo articolo sulla ricerca per discipline non insegnate all’università e quindi questa aggiunta costituisce un po’ un paradosso, perché in pratica in una legge USI-SUPSI si disciplina quanto non viene insegnato né all’USI né alla SUPSI.
D’altra parte bisogna riconoscere che nel cantone sono presenti numerosi istituti di ricerca, dal prestigioso IRB di Bellinzona ad altri più modesti come il CERFIM di Locarno, per il cui finanziamento non esistono basi legali. Però la prima versione presentata dal Consiglio di Stato era assolutamente inadeguata, e carente in parecchi aspetti. Si pensi ai criteri da seguire per stabilire se un istituto che fa ricerca possa beneficiare del sostegno pubblico, ad eventuali istanze di ricorso, e più in generale al ruolo di governo e parlamento nel regolamentare la ricerca in generale.
La commissione ha quindi proceduto ad una nuova formulazione decisamente più accettabile, facendo esplicito riferimento alla legge federale sulla ricerca scientifica e proponendo la reintroduzione di un regolamento che nella versione governativa della legge era sparito. Un regolamento che dovrà completare quelle lacune ancora presenti nel proposto art. 16 e permettere agli istituti che fanno ricerca di poter meglio orientarsi nei confronti della legge. Inoltre, per salvare la coerenza, è stato pure cambiato il titolo della legge che fa ora esplicito riferimento alla ricerca.
Rimane il dubbio fondato a sapere se non fosse stato più opportuno fare una legge apposita sulla ricerca, come era stato proposto da una parte della commissione scolastica. Sono convinto che prima o poi si dovrà procedere in questo senso e le occasioni non mancheranno, visto il mondo accademico e della ricerca è in continua evoluzione e anche questa legge sarà ancora oggetto di modifica.


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