Francesco Cavalli

Asili nido, un primo passo


Diritti del Lavoro, 2 luglio 2010

Lo scorso 1 giugno il Gran Consiglio si è occupato, con un approfondito dibattito, della situazione dei Nidi d’infanzia (o Asili nido) in Ticino. Lo spunto è venuto da una petizione presentata nel 2008 dall’Unione Sindacale Svizzera, corredata da 5213 firme, con la quale si chiedeva che “le famiglie con figli possano usufruire di un numero maggiore di asili nido e che queste strutture dispongano di personale di qualità retribuito dignitosamente!”.
In Ticino operano attualmente 45 strutture di accoglienza per la prima infanzia (da 0 a 3 anni) che offrono circa 1300 posti accogliendo, anche a tempo parziale, fino a 2000 bambini. Un’offerta buona, ma ancora insufficiente per due ragioni: perché le richieste sono in continuo aumento e perché la distribuzione sul territorio non è uniforme, con una maggiore concentrazione nella zona urbana del Luganese.
Dai dati disponibili risulta che la grande maggioranza degli Asili nido incontra molte difficoltà a far quadrare il bilancio. I contributi degli enti pubblici - i comuni in particolare - sono insufficienti, e di conseguenza sono le famiglie a doversi assumere l’onere più consistente (oltre il 50%). Ma a farne le spese, come sempre accade in questi casi, sono soprattutto le lavoratrici che operano nel settore.
Effettivamente negli asili nido, fatta eccezione per i sei cosiddetti storici che beneficiano di sussidi comunali adeguati, i salari corrisposti sono del tutto insufficienti e indegni di una funzione impegnativa e carica di responsabilità.
Ad esempio la metà del personale formato prende meno di 3250 fr. al mese, un quarto meno di 2550! Con il 42% in meno rispetto a categorie con formazione analoga, ci troviamo di fronte a una chiara situazione di dumping salariale. Di conseguenza il Sindacato VPOD, constatata l’impossibilità di concludere un contratto collettivo, o almeno un contratto che riconosca salari minimi, ha segnalato la situazione alla Commissione tripartita in materia di libera circolazione delle persone. Il rapporto in merito è atteso tra breve. Ma le rivendicazioni non provengono solo dal versante sindacale: anche la Commissione consultiva per le questioni femminili, nel novembre 2008, riteneva necessario un potenziamento delle strutture con personale qualificato e retribuzioni adeguate.
Dal canto suo la Commissione federale di coordinazione per le questioni familiari (COFF), in un rapporto del 2008, denunciava il fatto che il discorso attorno alle strutture di accoglienza extra famigliare fosse troppo centrato sui costi e meno sui benefici sociali e anche economici. Studi internazionali stimano che una maestra d’asilo produca 9 franchi di ricchezza per ogni franco di salario ricevuto.
In controtendenza il Consiglio federale che, per il periodo 2012-2015, propone di ridurre da 140 a 80 milioni il fondo per incentivare la creazione di asili nido. Una posizione che non meraviglia più di tanto alla luce delle attenzioni dell’esecutivo federale nei confronti della grande finanza. Fortunatamente il Consiglio Nazionale, con 89 voti contro 88, ha innalzato l’importo a 120 milioni.
Il Gran Consiglio ha approvato all’unanimità un rapporto commissionale frutto di un compromesso tra chi, come il sottoscritto, avrebbe voluto un sostegno più ampio alla petizione e chi avrebbe preferito minimizzare il problema salariale. Si riconosce la fondatezza della petizione e si segnala che il nocciolo del problema sta nel sistema di finanziamento definito dalla legge per le famiglie, in particolare nel ruolo dei comuni che, salvo lodevoli eccezioni, partecipano in modo del tutto insufficiente.
Tramite una mozione presentata in parallelo si chiede di riesaminare i meccanismi di sussidiamento dei Nidi con l’obiettivo di riequilibrare gli apporti finanziari del Cantone, dei Comuni e delle famiglie. È un primo importante passo verso quanto auspicato con la petizione dell’USS. Ma attenzione, è soltanto un primo passo e quindi non cantiamo vittoria e non abbassiamo la guardia.


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