Francesco Cavalli

Stipendi al merito: prima i funzionari poi i docenti


Corriere del Ticino, 18 novembre 2010

Sulla sche­da per la vota­zione canto­nale del 28 no­vembre prossi­mo viene po­sta la doman­da: «Volete ac­cettare la Leg­ge che modifi­ca la legisla­zione in materia di pubblico impie­go?». Una formulazione un po' am­pollosa dovuta al fatto che si tratta di un decreto che concerne diverse leggi. Ma questa formulazione fini­sce con il nascondere il vero proble­ma sul tappeto: la legge sugli stipen­di, in particolare gli articoli che in­troducono la retribuzione basata sulla valutazione del merito.
Altri hanno già esposto esaurien­temente i motivi per cui si invita a respingere questa riforma e mi limito quindi a riassumerli.
I nuovi meccanismi di progressio­ne dei salari saranno meno tra­sparenti rispetto alla situazione at­tuale basata sugli scatti di anzia­nità, potranno generare rivalità tra gli impiegati di un medesimo settore, favoriranno essenzialmen­te le classi di stipendio più alte e, essendo la valutazione delle pre­stazioni pur sempre soggettiva, po­tranno prestarsi a favoritismi ed abusi clientelari.
C'è però un aspetto del problema, quello dei docenti, su cui vorrei fa­re alcune considerazioni, benché la proposta di meritocrazia non coinvolga, per ora, questa catego­ria di dipendenti pubblici. Ma è bene sottolineare «per ora».
Nel messaggio governativo e nel rapporto commissionale la que­stione è liquidata in poche righe: per i docenti rimangono le classi­ficazioni attuali in quanto risulta difficile applicare in ambito scola­stico le stesse modalità di valuta­zione che saranno adottate negli altri settori dell'amministrazione. È già un'ammissione che la messa in atto delle valutazioni in ambi­ti delicati (oltre alla scuola si po­trebbero citare la polizia e l'orga­nizzazione sociopsichiatrica) do­vrà confrontarsi con non pochi ostacoli.
Ma, a mio avviso, il vero motivo del perché la scuola resta per ora al riparo dalla meritocra­zia è un altro, legato a un preciso calcolo politico. Consiglio di Stato e Gran Consiglio hanno rinuncia­to ad applicare subito la valuta­zione delle prestazioni anche ai do­centi cantonali e comunali sempli­cemente per attutire le prevedibili opposizioni. Sotto sotto speravano forse che, limitando il provvedi­mento ai soli impiegati, avrebbe­ro potuto evitare il referendum. Speranza sonoramente smentita dalle oltre diecimila firme raccol­te in piena estate.
Ma i docenti non devono e non possono illudersi. Se, malaugura­tamente, la nuova legge sugli sti­pendi dovesse essere accolta il pros­simo 28 novembre, non dovremo attendere molto per trovarci con­frontati con la sua estensione ai docenti. E le avvisaglie ci sono già. Mi riferisco all'editoriale dello scor­so 11 novembre del quotidiano «la Regione» che conclude: «Ben ven­ga dunque la valutazione del la­voro (magari estesa anche ai do­centi)», alle mezze ammissioni del­l'on. Sadis a «Falò» lo stesso gior­no e anche alle promesse elettora­li di un autorevole candidato alla successione di Gendotti.
Faccio quindi un caldo appello a tutti i docenti cantonali e comu­nali affinché si mobilitino a vota­re e far votare no, prima di tutto per un senso di solidarietà verso le altre categorie del pubblico impie­go, ma anche perché la prossima volta toccherà a loro.


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