Francesco Cavalli

Scuola pubblica, a dieci anni dal voto


Confronti, 16 febbraio 2011

“Proteggiamo la nostra scuola”.
Questo era l’appello sulla prima pagina del volantino con cui, dieci anni fa, si invitava la popolazione ticinese a votare NO all’iniziativa per un finanziamento pubblico delle scuole private e NO pure al controprogetto, brutta copia dell’iniziativa. A dieci anni dallo storico voto diversi auspici sorti sulle ali di quella vittoria sono però andati disattesi.

Sul volantino dell’appello a votare NO all’iniziativa per il finanziamento pubblico delle scuole private si poteva leggere una considerazione pienamente valida ancora oggi: «Noi pensiamo pertanto che l’attenzione e le risorse dei Comuni e del Cantone debbano restare concentrate sulla scuola pubblica per mantenere e migliorare il sistema scolastico pubblico, che negli ultimi anni ha subito importanti misure di risparmio».

L’appello al doppio NO conteneva dunque anche l’esortazione a usare quei milioni, che gli iniziativisti avrebbero voluto dirottare sulle scuole private, per rilanciare una politica di investimento a favore della formazione e fermare lo stillicidio di decurtazioni subite negli anni dalla scuola pubblica.
Allora come oggi, si chiedevano più mense e doposcuola su tutto il territorio cantonale allo scopo di rispondere ai bisogni degli allievi e delle loro famiglie, così come si chiedeva la diminuzione del numero di allievi per classe, il potenziamento del servizio di sostegno pedagogico, la possibilità di insegnamenti differenziati con l’obiettivo di dare a tutti le medesime opportunità di riuscita scolastica.
E già allora si chiedeva un vero riconoscimento (e non solo pacche sulle spalle) del ruolo dei docenti, spesso oggetto di campagne denigratorie, per ridare alla professione dell’insegnante quel prestigio sociale che si andava sempre più affievolendo.

A dieci anni dal voto che spazzò via l’iniziativa con il 74% di NO, non si può certo affermare che questi auspici siano stati pienamente realizzati. Al contrario, per compensare la perdita di risorse finanziarie causata dalle dissennate scelte neoliberiste degli sgravi fiscali, la politica dei tagli è continuata anche in ambito scolastico e spesso il PS, in accordo con il sindacato, è rimasto l’unico partito in Parlamento a difendere, anche ricorrendo ai referendum, la qualità della scuola e la dignità dei docenti.
Tra le misure adottate, vanno ricordati la riduzione ai minimi termini del monte ore e del credito d’istituto, l’abolizione della ginnastica correttiva, il ridimensionamento del servizio dentario scolastico, l’ora in più per i docenti cantonali e parecchi trasferimenti di oneri dal Cantone ai Comuni. Ma anche l’erosione dello stipendio reale, come la non compensazione integrale del rincaro e il “contributo di solidarietà”, misure che hanno toccato i docenti unitamente a tutti i dipendenti pubblici.

Così il Ticino rimane al terzultimo posto tra i cantoni nella spesa pro capite totale per la formazione: fr. 2709, contro un dato nazionale di fr. 3274 (dati UFS 2006). In questo decennio sono mancate le riforme incisive, visto che non si possono certo considerare tali l’unificazione amministrativa delle scuole dell’infanzia e delle scuole elementari (2002) o la “Riforma 3” della scuola media (2006), attuate più che altro all’insegna del risparmio.

L’errore dell’ASP

Molto è invece cambiato nella formazione dei docenti: la Scuola Magistrale cantonale, che per oltre un secolo ha formato le maestre e i maestri delle nostre scuole comunali, è sempre stata oggetto di particolare attenzione da parte del mondo politico e dell’opinione pubblica e, non di rado, al centro di accese controversie. L’istituto locarnese era anche un centro di cultura, dove hanno insegnato uomini di grande prestigio culturale come Piero Bianconi, Giovanni Bonalumi, Virgilio Gilardoni e Guido Pedroli.
Nel 2002 la Magistrale è diventata Alta Scuola Pedagogica (ASP) con il compito di preparare anche i candidati all’insegnamento nei settori medio e medio superiore. Poi, per ovviare a veri o presunti difetti dell’ASP, nel 2009 la formazione dei docenti delle nostre scuole è stata affidata, tramite mandato di prestazione, al Dipartimento Formazione e Apprendimento (DFA) della SUPSI. Una riforma salutata dai più, DECS in testa, con toni entusiastici per il semplice fatto che la formazione dei docenti veniva “finalmente” affidata a un istituto universitario. Pure dalla sinistra sono giunte molte approvazioni, ma anche parecchie riserve. Con pochi altri avevo combattuto questa operazione ritenendola un grave errore politico, in quanto la Scuola Pubblica stava perdendo una componente fondamentale. Certo la SUPSI è pur sempre finanziata dallo Stato, che ne detiene l’alta vigilanza, però l’intervento statale rimane molto limitato e, per esempio, non si applica ai programmi né alla scelta dei docenti.
I fatti mi stanno ora dando ragione: oltre 30 docenti, per svariati motivi hanno lasciato il DFA e sono stati sostituiti da altri, provvisti di dottorato ma poco integrati nella nostra realtà istituzionale, culturale e territoriale. Ma c’è di peggio: è appurato che il movimento “Comunione e Liberazione”, già ben radicato nell’Università della Svizzera Italiana, sta ormai colonizzando proprio il DFA. Un pessimo segnale per la scuola ticinese. E il DECS come reagisce? Sa, non sa o finge di non sapere?

Dieci anni or sono chiedevamo di “non fare a pezzi” una buona scuola. Se oggi abbiamo ancora una scuola di buona qualità, lo è soprattutto grazie a chi ci lavora, i docenti in primo luogo che, a seguito di scelte politiche improntate all’indebolimento del servizio pubblico, hanno dovuto ingoiare parecchi bocconi amari. Ma non si può più vivere sugli allori, pena uno scadimento di cui si cominciano a sentire le avvisaglie. Occorre investire di più per l’educazione, non solo in ambito accademico, ma soprattutto nella scuola dell’obbligo. E l’iniziativa «Aiutiamo le scuole comunali - per il futuro dei nostri ragazzi», osteggiata da tutto il centrodestra, è l’occasione ideale per celebrare il decennale dal voto del 18 febbraio 2001.


Il ticket di Monte Carasso

Dopo la batosta del 2001 i fautori delle scuole private non hanno certo riposto le loro ambizioni. Lo dimostra un caso emblematico accaduto nel 2005 nel comune di Monte Carasso. Per evitare di costituire una sezione supplementare, il Municipio aveva offerto un “ticket” a favore delle famiglie che avessero iscritto i figli in una scuola privata. Bisogna dare atto al consigliere di stato Gendotti di essere riuscito a bloccare sul nascere questa sciagurata iniziativa. Ma chi ne era l’ispiratore? Proprio lui, Sergio Morisoli, vicesindaco e capo dicastero scuola, ma soprattutto, autorevole esponente del movimento “Comunione e Liberazione”, colui che ora vorrebbe insediarsi alla testa del DECS!


 


2001-2011: il PS è stato propositivo

In questi 10 anni, il partito socialista si è distinto per tutta una serie di interventi volti a rafforzare la scuola pubblica. Molte battaglie e anche qualche buon risultato. Vanno citate in primo luogo due iniziative popolari.
Quella del 27 aprile 2005 «Per un fondo per la formazione ed il perfezionamento professionale» , che osteggiata dapprima dagli ambienti padronali e dai partiti borghesi, è stata infine approvata dal Gran Consiglio il 18 marzo 2009. Ora è entrata in vigore e proprio quei partiti che l’avevano combattuta se ne fanno un vanto.
La seconda del 2 novembre 2009 denominata «Aiutiamo le scuole comunali - per il futuro dei nostri ragazzi» è tuttora ferma davanti alla commissione scolastica del Gran Consiglio. I dissensi si concentrano su due elementi qualificanti dell’iniziativa: la diminuzione del numero di allievi per classe e l’estensione a tutto il territorio cantonale delle mense e dei doposcuola. Il rapporto favorevole di Francesco Cavalli per il PS è pronto; gli altri gruppi fanno ostruzionismo con l’unico scopo di evitare il voto popolare nei termini di legge.
Sarebbe troppo lungo elencare le iniziative e le mozioni che il gruppo socialista ha presentato negli ultimi anni. Esse toccano un po’ tutti gli aspetti della nostra scuola: dalla scuola dell’infanzia all’università, dal sostegno pedagogico alle scuole speciali, dalle borse di studio alla formazione professionale, dalle condizioni di lavoro degli insegnanti agli aiuti agli apprendisti, dalla formazione dei docenti alle disparità dell’offerta scolastica sul territorio.
Vi hanno contribuito i diversi membri della commissione scolastica, ma in particolare Raoul Ghisletta che, dopo una lunga militanza, lascerà il Parlamento al termine della legislatura.



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